La ricetta per superare la crisi nell’anno che verrà?

Ritrovare se stessi, in una dimensione semplice e rigorosa, senza sprechi o eccessi inutili.

Questo è il messaggio per il 2013 che arriva dai dodici artisti italiani delle ultime generazioni selezionati dell’Amaci, l’Associazione musei d’arte contemporanea italiani, presieduta da Beatrice Merz (direttore del Castello di Rivoli), che riunisce venticinque musei, da Bolzano a Napoli.

Ognuno degli artisti ha proposto una propria opera per rappresentare sul Venerdì l’anno che verrà: un anno da passare lontano dai bagliori del consumismo, alla ricerca della propria identità, per trovare la forza di costruire un’Italia migliore, capace di guardare al proprio nobile passato per affrontare le sfide del domani con coraggio e consapevolezza.

Massimo Bartolini vede così il futuro come un groviglio di rami senza foglie, Bruna Esposito in Panni sporchi fa luccicare le fiammelle delle candele accese su uno stendipanni in filo spinato.

Marcello Maloberti preferisce invece celebrare l’anno nuovo con La voglia matta, un mucchio di frammenti di statue classiche insieme a un guscio di noce di cocco, una sorta di discarica del nostro patrimonio artistico dimenticato.

Eva Marisaldi immagina il 2013 come un bosco deserto, dove, tra le baracche, spicca il ritratto di una ragazza, perso tra travi di legno e foglie secche. Una visione simile a quella di Liliana Moro, con la parete di un capannone di legno su un prato, dove è appoggiato un pannello con l’immagine di una mano che tiene in pugno una rosa e il manico di una spada spuntata. Per Sabrina Mezzaqui l’anno che verrà è un quaderno a quadretti, con le pagine scritte a ricamo, ispirato alla natura delicata e intimista dell’animo femminile, suggerita anche dal titolo, Nella stanza (Virginia Woolf, 1929).

A una dimensione privata, legata alla consapevolezza della necessità di far tesoro delle esperienze del quotidiano allude anche la frase di Alberto Garutti, Tutti i passi che ho fatto nella mia vita mi hanno portato qui, ora, in un dialogo ideale con l’invito di Cesare Viel, Facciamoci attraversare più volte dal corpo delle frasi, stampato su un fondo di sapore optical.

Alfredo Pirri ci conduce poi nel salone di Casa Santoleri, nell’Abruzzo profondo, in un ambiente dominato da un soffitto rosso, dove un lampadario illumina divani, poltrone e cassettoni ricoperti di lenzuola bianche, prova della volontà di bloccare il tempo e conservare la memoria di un passato imbalsamato.

Un difetto tipico dell’Italia, Paese triste e atterrito, in cerca di sicurezze: vedi Per l’eternità di Luca Vitone, l’immagine del tetto in lamiera di un edificio anonimo, dove l’obiettivo si concentra sull’andamento regolare della copertura.

Ci sono però anche messaggi di fragile speranza, come Momento perfetto di Mario Airò, con due fede nuziali unite e attaccate a fili sospesi nell’aria, e Poco di Giuseppe Caccavale: una rosa rossa in un bicchiere e un libro rovesciato davanti alla gamba di una persona anziana, quasi a voler denunciare la precarietà della cultura nel Paese.

Tra metafore e allusioni, l’arte contemporanea offre così il proprio contributo per affrontare un anno difficile, con coraggio e consapevolezza, perché, come direbbe Eduardo de Filippo, «ha da passà ‘a nuttata».