Dal 30 maggio 2019 al 6 gennaio 2020 le sale della GAMeC ospitano Libera. Tra Warhol, Vedova e Christo, secondo progetto del ciclo La Collezione Impermanente, la piattaforma che dal 2018 si propone di fare della Collezione del museo uno strumento di attivazione di memorie e di coinvolgimento del pubblico attraverso l’utilizzo di format espositivi innovativi.

Concepito come un omaggio alla libertà creativa e all’emancipazione dai vincoli della tradizione, il progetto espositivo nasce dall’incontro tra le raccolte della GAMeC e un nucleo di prestigiosi lavori confiscati in Lombardia e gestiti dall’Agenzia Nazionale per l’amministrazione dei beni sequestrati, e presenta al pubblico una ricca selezione di opere di alcuni tra i più celebri artisti internazionali della seconda metà del Novecento.

Trasferita al Comune di Bergamo per volere del Segretariato Regionale del Ministero per i Beni e le Attività Culturali per la Lombardia, la raccolta confiscata è messa per la prima volta in dialogo con la Collezione della GAMeC, e offre un’occasione unica di conoscenza e approfondimento delle più importanti correnti artistiche internazionali – dall’Informale all’Astrazione geometrica, dal Nouveau Réalisme alla Pop Art, dal Minimalismo all’Arte Povera – attraverso stimolanti confronti e associazioni.

Quattro le sezioni tematiche, che raccontano la volontà degli artisti di superare i canoni dell’arte tradizionale per liberarsi da regole stabilite, valori consolidati e convenzioni:

Libera dalla forma
La prima sezione riunisce una serie di dipinti e disegni di alcuni tra i più importanti esponenti del movimento Informale, insieme ad altri meno noti.
Nata nel secondo dopoguerra, sulle macerie del conflitto mondiale e in parallelo all’Espressionismo astratto americano, l’arte informale si sottrae al vincolo della forma, figurativa o astratta che sia, per testimoniare un’urgenza comunicativa, ricorrendo alla forza del segno e all’essenza della pura materia.
Opere degli anni Cinquanta e Sessanta di maestri della corrente gestuale come Wols, Mark Tobey e Georges Mathieu, nelle quali il segno fluisce in racconti calligrafici, oppure si staglia su fondi a registri di colore, come nel caso di Hans Hartung, si affiancano a esemplari pittorici di matrice prettamente materica, come il prezioso Catrame (1950) di Alberto Burri e il Paesaggio a Imbersago (1957) di Ennio Morlotti, entrambi parte della Collezione GAMeC.
A fare da collante tra le diverse anime dell’Informale è il sorprendente dipinto di Emilio Vedova Ciclo 61/62 N.4 (1961-62), in cui materia e gesto convivono all’interno di un’originale composizione caratterizzata dalla presenza di colori accesi e inserti a collage.

Libera dalla figurazione
La seconda sezione è dedicata all’Astrazione geometrica nelle sue forme più varie, derivate dalla rielaborazione delle sperimentazioni astratte dei primi decenni del Novecento, e presenta fenomeni globali come il Minimalismo e l’Arte Optical, nell’ambito dei quali trova espressione la radicale volontà degli artisti di emanciparsi dal vincolo della figurazione.
Interessante è il percorso di Victor Vasarely che, dopo le composizioni geometriche dei primi anni Cinquanta, si muove verso una riduzione sempre più rigorosa di forme e colori, fino a giungere all’essenzialità di moduli a doppia cromia in bianco e nero infinitamente combinabili e variabili. Nel più recente dipinto Horizontal Brushstrokers di Sol LeWitt, invece, brevi linee oblique e ondulatorie animano e si combinano riempiendo il piano rosso.
Dalla trattazione modulare di puri elementi geometrici e colori che inducono a una percezione in movimento della superficie, di cui anche Superficie a testura vibratile (1972) di Getulio Alviani è un esempio, si propone poi un confronto con creazioni che presuppongo la considerazione della superficie stessa dell’opera come elemento autonomo di espressione e significato da variare e regolare in relazione allo spazio circostante. Ritroviamo, così, sovrapposizioni di piani, di dentro e fuori, di pieno e vuoto nelle opere di Remo Bianco e Paolo Scheggi, nelle estroflessioni di Enrico Castellani e Turi Simeti, fino a giungere alla sempre più pura essenzialità delle creazioni scultoree di Ettore Spalletti.

Libera dallo stile
La terza sezione accoglie una selezione di opere di autori italiani riconducibili al movimento dell’Arte Povera. Com’è noto, la caratteristica di questo gruppo, nato sul finire degli anni Sessanta, fu quella di non ricercare uno stile riconoscibile, comune ai diversi esponenti, ma di operare attraverso l’utilizzo di materiali poveri, nel sostanziale rifiuto delle tecniche e dei supporti tradizionali, con l’intento di evocare le possibili strutture primarie del linguaggio, superando l’dea dell’opera d’arte come entità sovratemporale e trascendente.
Le creazioni di Giulio Paolini e Luciano Fabro ne esprimono qui la componente più concettuale; quelle di Giuseppe Penone e Pier Paolo Calzolari manifestano invece una maggiore attenzione per la sperimentazione sui materiali poveri e sulla loro interazione. Un discorso a parte merita, infine, il prezioso Delfino (1966) di Pino Pascali, opera di grande impatto scenografico recentemente acquisita dalla GAMeC, uno dei rari esemplari con testa e coda che emergono e si spezzano sulla parete.

Libera dalla rappresentazione
Se con l’Informale e l’Astrattismo l’arte si libera dalla figurazione e dalla forma, rimanendo comunque rappresentativa di qualcosa (un sentimento, una visione del mondo, un canone, un’idea…), in alcune correnti degli anni Sessanta e Settanta – come il New Dada, il Nouveau Réalisme e in parte la Pop Art – ad assumere valore artistico è l’oggetto in sé, rappresentativo esclusivamente della propria realtà intrinseca o del proprio status.
All’interno di questa sezione troviamo, tra gli altri, due accumulazioni di Arman, una compressione di César e un impacchettamento di Christo, tra i primissimi della sua produzione (1963), mentre sul fronte Pop la serigrafia di Andy Warhol raffigurante Giorgio Armani (1981) trasforma l’immagine stessa in un mero oggetto di consumo.