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GIUSEPPE GABELLONE. Km. 2,6
A cura di: Elena Volpato
3 maggio – 8 ottobre 2023
mar, mer, ven: 10:00 – 18:00 gio: 13:00 – 21:00 sab, dom
La mostra

Km 2,6 è un video realizzato da Giuseppe Gabellone (Brindisi, 1973) nel 1993. È una di quelle rare opere che arrivano precocissime nel percorso di un artista eppure sembrano già contenere tutto intero il nucleo del suo pensiero. Non perché Gabellone sia un caso di ferrea fedeltà a una tecnica, a un tema, o a un’iconografia, anzi, è proprio l’opposto, ma perché l’intelligenza che anima quel video si è andata sviluppando con assoluta coerenza, in questi trent’anni, nella varietà dei frutti che va producendo.

 

Km 2,6 prende forma in uno spazio interstiziale che sta tra la l’idea di scultura e la dimensione filmica. E le opere che sono seguite hanno la medesima caratteristica di formarsi in una indecidibile compresenza di tecniche e linguaggi considerati alternativi tra loro: Gabellone ha realizzato sculture visibili solo in fotografia; ha frequentato l’ibrida natura del bassorilievo, a mezzo tra arte bidimensionale e tridimensionale, e ne ha superato la tradizionale ambivalenza con l’esplicita pittoricità del colore; ha creato sculture attraverso elementi filiformi; ha disegnato volumi con elementi bidimensionali sovrapposti uno all’altro; ha affidato alla bidimensionalità della stoffa un valore scultoreo che raramente aveva avuto.

 

Km 2,6 è un’unità di misura lineare che diviene misura di durata. La lunghezza indicata è quella del nastro adesivo che Gabellone, nel video, va dipanando tutt’attorno ai mobili e agli esterni della sua casa di famiglia in Puglia, fino a inglobare in un'unica ragnatela scultorea anche alcuni alberi del giardino. Allo svolgersi dello scotch risponde lo scorrere del nastro magnetico che registra l’opera, traducendo lo spazio in tempo e il tempo in spazio.

 

Ogni singolo frame del video è in realtà una scultura e lo è doppiamente per via del monitor, un vecchio hantarex il cui utilizzo si andava rarefacendo proprio in quell’inizio d’anni Novanta, ma che per i primi decenni della storia del video d’artista aveva prestato al linguaggio elettronico un volume, da solido minimalista, che sarebbe poi andato perduto nella consuetudine delle proiezioni e degli schermi piatti.

 

Su tutte le pareti della sala espositiva, come a segnare un orizzonte di spazio che avvolge il visitatore e si dipana attorno al video che va avvolgendosi su se stesso, è esposta una serie di 8 fotografie, Untitled del 2009. Sono fotografie di fotografie, immagini di sculture fatte di immagini, immagini di paesaggi che contengono sculture che contengono fotografie che sono fatte anche di pittura, nel cromatismo che vira la stampa originale. Sono tutto questo, ma sono anche immagini fisse, di volumi ancorati nello spazio, che al contempo si gonfiano sotto l’azione del vento che le modella come fossero bandiere, come se, dopo una storia novecentesca di rapporti tra scultura e movimento iniziata col futurismo, Gabellone avesse riannodato tutti i fili e unito in un lavoro inedito: il senso plastico dei panneggi antichi, il sogno cinetico iniziato con Boccioni, il dissolvimento delle barriere tra scultoreo, pittorico e fotografico che ha origine in Medardo Rosso. Sui drappi, immagini di bambini che ridono all’aria aperta – tematica cara a Medardo – si uniscono a una colata di metallo fuso e alla porosità grumosa di dettagli di terreno. Sembra proprio che qui Gabellone abbia innalzato nel paesaggio, come stendardi, in forma araldica, gli elementi che sono all’origine della scultura stessa: la fusione e il modellato, e lo abbia fatto sub specie fotografica.

 

Le opere di Gabellone sono come scatole cinesi trasparenti che contengono, una dentro l’altra, tutte le discipline artistiche e il suo pensiero le attraversa con il piacere di dissolverle una nell’altra, fino a liberare l’immagine come pura forza mentale.

 

 

La Fondazione per l’Arte Moderna e Contemporanea CRT ha acquisito l’opera Km 2,6 assicurando alla Collezione della VideotecaGAM uno dei momenti cardine della stagione artistica degli anni Novanta che in quel linguaggio trovò uno delle sue forme elettive d’espressione.

 

Si ringrazia ZERO…, Milano, per la preziosa collaborazione.

 

 

 

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