Kenro Izu. Requiem for Pompei

06/12/2019 - 13/04/2020

L’esposizione presenta 55 fotografie inedite, donate dall’artista giapponese alla Fondazione di Modena, frutto di una visione lirica di quanto è rimasto a Pompei, il giorno dopo l’eruzione del 79 d.C.
Modena consolida il suo rapporto privilegiato con la fotografia, che l’ha portata a diventare uno dei punti di riferimento in Italia per questa particolare forma di espressione, capace di influenzare tutta la vita culturale della città, grazie all’apporto di istituzioni come la Galleria Civica e la Fondazione Fotografia Modena, entrambe confluite nel 2017 in Fondazione Modena Arti Visive.
Proprio in una delle sue sedi, FMAV - MATA, Fondazione Modena Arti Visive presenta dal 6 dicembre 2019 al 13 aprile 2020 una mostra di grande suggestione dedicata a Pompei, a cura di Chiara Dall’Olio e Daniele De Luigi. L’esposizione è co-promossa dal Parco archeologico di Pompei che per l’occasione presterà alcune riproduzioni dei celebri calchi in gesso delle vittime dell’eruzione e che successivamente la ospiterà nei propri spazi espositivi.
Protagonista è il fotografo giapponese Kenro Izu (Osaka, 1949), da sempre affascinato dalle vestigia delle civiltà antiche che lo hanno portato a realizzare delle serie di immagini all’interno dei siti archeologici più importanti e conosciuti al mondo, dall’Egitto alla Cambogia, dall’Indonesia all’India, dal Tibet alla Siria.
A Modena, Kenro Izu presenta Requiem for Pompei, un progetto iniziato nel 2015, in collaborazione con Fondazione Fotografia Modena, dedicato alla città campana distrutta dall’eruzione del Vesuvio nel 79 d.C. e sepolta sotto la cenere e i lapilli. Gli scavi archeologici hanno restituito non solo gli edifici, ma anche le forme esatte dei corpi degli abitanti nel momento della morte, grazie ai calchi eseguiti sui vuoti che essi hanno lasciato sotto la coltre pietrificata.
L’esposizione propone una selezione di 55 immagini inedite, donate da Kenro Izu alla Fondazione Cassa di Risparmio di Modena, scattate tra le rovine di Pompei, dove l'artista ha collocato, con un poetico gesto di pietà, le copie dei calchi originali dei corpi che spiccano come bianche sagome umane.
L’intenzione di Kenro Izu non è quella di documentare i resti di Pompei, quanto di trasmettere il carattere sospeso fra meraviglia e distruzione che proviene dalle rovine, insistendo sull’idea di quanto è rimasto, il giorno dopo l’eruzione del Vesuvio.
“Kenro Izu” – nelle parole dei curatori Chiara Dall’Olio e Daniele De Luigi – “ha la straordinaria capacità di abbattere i muri del tempo, creando immagini sublimi che ci accomunano nello spirito agli uomini di altre epoche, luoghi e civiltà. La sua preghiera per Pompei ci avvicina alle vittime di quella lontana tragedia ma al tempo stesso, come l'artista sottolinea, porta il nostro pensiero ai drammi analoghi che possono verificarsi oggi in qualunque momento e luogo del mondo”.
Per Daniele Pittèri, direttore di Fondazione Modena Arti Visive, “Le tracce umane che Kenro Izu dissemina fra le rovine della Pompei spazzata via dalla violenza della natura, anche grazie allo straordinario bianco e nero delle sue immagini, così nitide e dolenti, tessono la partitura per un requiem della civiltà contemporanea, su cui incombe la possibilità della catastrofe, per mano non solo di una natura costantemente bistrattata che prima o poi chiederà pegno, ma anche per mano della scelleratezza umana e dell’ansia distruttiva che in quest’epoca la anima. Con il contrasto fra l’immobilità dei corpi umani pietrificati e le rovine monumentali divenute paesaggio in un tutt’uno con la natura circostante, con la staticità ‘definitiva' delle sue immagini, Kenro Izu prefigura un futuro amaro per l’umanità, immemore del passato e incapace di valutare le conseguenze del proprio agire”.
“I calchi di Pompei, che da sempre suscitano la curiosità e talvolta la morbosità dei visitatori, sono stati la grande intuizione di Giuseppe Fiorelli che è riuscito in tal modo a dare forma al dolore della morte, restituendo memoria e pietà alle vittime dell’eruzione.” – sottolinea Massimo Osanna, Direttore del Parco Archeologico di Pompei – “Pompei è già, in tal senso, un Requiem per quanti subirono quella tragedia, ma è ancor più una riflessione sulla piccolezza e l’impotenza dell’essere umano di fronte al suo destino. Il maestro Kenro Izu, con le sue commoventi fotografie, riesce a rinnovare questo senso profondo che conserva la città antica, questa compassione nei confronti di un dramma umano, talvolta offuscato dall’aspetto turistico e massificato delle visite. L’apertura del Parco Archeologico verso tutte le forme di arte contemporanea, dalla pittura alla scultura, alla fotografia, è fortemente voluta per ribadire che Pompei rappresenta, oltre che la testimonianza di una civiltà, anche un simbolo, una riflessione sulla vita e la morte, declinati a seconda della sensibilità di ogni epoca e artista.”
Kenro Izu, che sarà anche visiting professor del Master sull'immagine contemporanea della scuola di alta formazione di Fondazione Modena Arti Visive, sarà protagonista dell’artist talk Kenro Izu: Pompei tra storia, materia e spirito, in dialogo con i curatori della mostra, mercoledì 11 dicembre alle ore 18 negli spazi di FMAV - MATA.

Note biografiche
Kenro Izu (1949, Osaka) inizia a fotografare negli anni Sessanta, completando la sua formazione presso il College of Arts della Nihon University di Tokyo. Nel 1970 si trasferisce a New York nel 1970, dove tuttora vive e lavora. Nel 1979 compie il suo primo viaggio in Egitto e, impressionato dall’imponenza delle Piramidi e dal senso di trascendenza trasmesso dalle rovine, dà inizio a una delle sue serie più famose, Sacred Places, che lo porterà nei successivi decenni a fotografare i più importanti siti archeologici del mondo, dalla Cambogia al Tibet, dall'India all'Europa, fino al Messico, al Perù e all'Isola di Pasqua.
Affascinato dalla sublime bellezza delle vestigia antiche, individua nel recupero di stili e tecniche di stampa tipici della fotografia ottocentesca il mezzo più adatto per imprimere nelle sue immagini le magiche atmosfere dei luoghi incontrati. Le sue fotografie sono platinotipie, cianotipie e stampe alla gelatina d’argento, che l’artista realizza manualmente in camera oscura da negativi di grande formato. Le sue opere sono state presentate in occasione di numerose mostre personali e collettive, organizzate presso il Rubin Museum of Art, New York (2004), il Tokyo Metropolitan Teien Art Museum (2005), l’Art Museum, University of Kentucky di Lexington (2007), il Detroit Institute of Art, il Kiyosato Museum of Photographic Art di Yamanashi, in Giappone (2008), il Museum of Photographic Arts, San Diego (2009). 
Suoi lavori sono conservati all’interno delle collezioni fotografiche del Boston Museum of Art, Canadian Center for Architecture, J. Paul Getty Museum, Galleria Civica Modena, Houston Museum of Fine Art, Kiyosato Museum of Photographic Arts, Metropolitan Museum of Art, Museum of Photographic Arts, San Francisco Museum of Modern Art, Santa Barbara Museum of Arts e Tokyo Metropolitan Museum of Photography


KENRO IZU. Requiem for Pompei
FMAV - MATA
via della Manifattura dei Tabacchi 83, Modena

Inaugurazione
Venerdì 6 dicembre 2019, ore 18

Date
7 dicembre 2019 – 13 aprile 2020

A cura di
Chiara Dall’Olio e Daniele De Luigi

Prodotta da
Fondazione Modena Arti Visive

Co-promossa da
Parco archeologico di Pompei

Orari
Mercoledì, giovedì e venerdì: 11-13 / 16-19; sabato, domenica e festivi: 11-19
Aperta 25 dicembre e 1° gennaio: 16-19

Ingresso
Intero € 6,00| Ridotto € 4,00
Ingresso libero: mercoledì | prima domenica del mese
Acquista online su Vivaticket

Informazioni
Tel. +39 059 2032919 | www.fmav.org

Ufficio stampa FONDAZIONE MODENA ARTI VISIVE
Irene Guzman | T. +39 349 1250956 | i.guzman@fmav.org

Ufficio stampa
CLP Relazioni Pubbliche | Stefania Rusconi | tel. 02.36755700 | stefania.rusconi@clp1968.it | www.clp1968.it

Yael Bartana. Cast Off

15/11/2019 - 13/04/2020

A Modena, dal 15 novembre 2019 al 13 aprile 2020 nella Sala Grande e nelle Sale Superiori della sede FMAV - Palazzo Santa Margherita, Fondazione Modena Arti Visive presenta la personale dell’artista israeliana Yael Bartana (Kfar Yehezkel, 1970), che attualmente vive e lavora tra Amsterdam e Berlino.

L’esposizione, curata da Chiara Dall’Olio, presenta sei installazioni video e fotografiche, che affrontano diverse declinazioni dei concetti di “identità”, “stato-nazione” e “rito”, e la strumentalizzazione di questi termini nella scena politica di oggi.

Mentre l’Italia e l’Europa stanno affrontando tensioni nazionaliste e nuove spinte separatiste, l’artista intende attirare l’attenzione sull’esistenza di meccanismi sociali e politici predominanti, incoraggiando il pubblico a interrogarsi sulla propria posizione rispetto a questi sistemi.

“Partendo dallo stile documentarista dei suoi primi lavori – afferma Chiara Dall’Olio – Yael Bartana è poi passata nella seconda metà degli anni Duemila a creare azioni, rituali collettivi, storie, che pur essendo verosimili, sono in realtà finzioni filmiche, allargando al contempo lo sguardo al mondo europeo, in cui oggi vive”.
“L’ambiguità presente in queste video installazioni – prosegue la curatrice – è quella del confine fra realtà e finzione, ma è anche la mescolanza fra uno stile documentario e una modalità di ripresa tratta dai film della propaganda sionista degli anni Venti e Trenta, con momenti che possono risultare quasi ironici, fino alle ultime opere che portano all’estremo un’estetica raffinata e minimalista, ma al contempo densa di stratificazioni di significati e simbologie”.

Il percorso espositivo, che si diffonde su due piani di Palazzo Santa Margherita, si apre con il video in bianco e nero The Recorder Player from Sheikh Jarrah, girato nel 2010 in occasione di una protesta pacifica durante la quale una manifestante suona un flauto dolce davanti a una fila compatta di militari israeliani, schierati di fronte a coloro che stanno contestando l’espulsione dei residenti musulmani dai dintorni di Gerusalemme a opera dei coloni ebrei.

Nella stessa sala è installato il video del 2017 Tashlikh (Cast Off), che mette in scena una carrellata performativa e simbolica in slow motion di oggetti su sfondo nero. Gli oggetti provenienti da diversi contesti e storie appartengono sia ai carnefici che alle vittime di persecuzioni etniche, genocidi e guerre. Il titolo Tashlikh – che letteralmente significa gettar via – fa riferimento a un’antica pratica dell’Ebraismo, durante la quale i peccati dell’anno precedente sono simbolicamente rappresentati da un oggetto, che viene gettato nell’acqua corrente. In quest’opera, Bartana dilata questo rito secolare e crea un flusso di oggetti personali, abiti, fotografie, sciarpe.

La mostra continua nelle Sale Superiori di Palazzo Santa Margherita, in cui è installata la doppia proiezione di Summer Camp / Avodah. In questo lavoro del 2007, l’artista riprende l’estetica del film Avodah, diretto nel 1935 da Helmar Lerski che esortava gli ebrei a tornare in Patria dove edificare una ideale nazione sionista. Bartana ne ribalta la prospettiva e presenta un’opera nella quale racconta la ricostruzione di una casa palestinese – distrutta dalle autorità Israeliane – da parte degli attivisti del Comitato Israeliano Contro la Demolizione delle Case.

Sempre nelle sale superiori è proiettato True Finn del 2014, un’opera incentrata su otto residenti finlandesi di etnie, religioni e provenienze differenti, che s’interrogano sul significato dell’essere finlandesi. In quest’opera Bartana si confronta con i meccanismi coinvolti nella costruzione di un’identità nazionale in un contesto completamente differente da quello delle sue origini.

Il video A Declaration del 2006 – presente nella collezione della Fondazione Cassa di Risparmio di Modena – è il primo in cui l’azione ripresa non appartiene alla realtà, ma è una finzione cinematografica creata dall’artista. Il lavoro documenta una messa in scena, la sostituzione della bandiera israeliana – presente su uno scoglio della baia di Jaffa – con un albero di ulivo. L’ulivo è un simbolo di pace e allo stesso tempo un emblema nazionale sia della Palestina che di Israele, ma questa azione è anche provocatoria perché si ricollega all’ideale sionista del lavorare la terra.
Come racconta la stessa Bartana “l’opera nasce dal mio bisogno di agire, di cambiare la realtà, combinando la sperimentazione del linguaggio cinematografico dei primi film della propaganda sionista”.

L’ultima stanza ospita la serie fotografica The Missing Negatives of the Sonnenfeld Collection (After Herbert and Leni Sonnenfeld) basata su una selezione di immagini tratte dall’immenso archivio dei due fotogiornalisti Leni e Herbert Sonnenfeld che hanno documentato la Palestina / la Terra di Israele fra il 1933 e il 1948. Bartana ha ricreato varie scene della serie originale, utilizzando giovani arabi ed ebrei arabi come modelli per rimpiazzare i personaggi sionisti reali nei loro ruoli di contadini, lavoratori e soldati.
“Con Cast Off di Yael Bartana” – conclude Daniele Pittèri,  direttore generale di Fondazione Modena Arti Visive  –  “apriamo un ciclo di mostre personali che proseguirà in inverno con Kenro e in primavera con Geumhyung Jeong, che ha per protagonisti importanti artisti contemporanei che, pur espressivamente e tematicamente molto differenti fra loro, ci inducono a riflettere su alcuni temi e concetti, il cui uso attuale nei media e nella quotidianità ne ha svilito non solo il significato, ma anche il senso e i valori da essi assunti nelle società umane. In particolare, il complesso lavoro di Yael Bartana, al di là del valore intrinseco delle singole opere, pone sotto una diversa luce concetti quali ‘identità’, ‘memoria collettiva’, ‘ritualità’, ‘appartenenza’, ‘nazione’, termini, oggi, abusati, non solo perché usati troppo o a sproposito, ma anche perché semanticamente violentati. Bartana offre la possibilità di confrontarsi con questi concetti, di considerarli ex-novo, di provare a rivalutarli in una prospettiva e in una dimensione strettamente connesse all’essere e all’agire umani”.
Yael Bartana. Note biografiche

Yael Bartana è nata nel 1970 a Kfar Yehezkel in Israele. Oggi vive e lavora fra Berlino, Tel Aviv e Amsterdam. Ha studiato all’Academy of Arts and Design di Gerusalemme (1992-1996), alla School of Visual Arts di New York (1999) e alla Rijksakademie di Amsterdam (2000-2001). Ha ottenuto un riconoscimento a livello internazionale grazie alla partecipazione a numerose manifestazioni fra cui Manifesta 4 (2002), la 9° Biennale di Istanbul (2005), la Biennale di San Paolo in Brasile (2006, 2010, 2015), Documenta 12 a Kassel (2007) la 54°Biennale di Venezia (2011) dove ha rappresentato la Polonia e la 7° Biennale di Berlino (2012). Fra le sue principali mostre personali ricordiamo quella al Musée Cantonal des Beaux-Arts di Losanna (2017), al Banff Center di Alberta e al Philadelphia Museum of Art (2016), allo Stedelijk Museum di Amsterdam (2014), al Secession di Vienna (2012), al Moderna Museet di Malmö (2010), al MoMA PS1 di New York (2008), e al Kunstverein di Hamburg (2006). Ha partecipato inoltre a numerose mostre collettive, tra cui The Body Extended Sculpture and Prosthetic, Henry Moore Institute, Leeds (2016),  Vision of Place: Complex Geographies in Contemporary Israeli Art, Towson University, Maryland e Rutgers University, New Jersey (2015-2016), La Disparition des lucioles, Collection Lambert, Avignone (2014), Recent Video from Israel,  Tate Modern, Londra (2010), Acting Out: Social Experiments in Video, ICA, Boston (2009) e The Anxious: Five Artists Under the Pressure of War, Centre Pompidou, Parigi (2008).


YAEL BARTANA. Cast Off
FMAV – Palazzo Santa Margherita
Sala Grande e Sale Superiori
Corso Canalgrande 103

Inaugurazione
Venerdì 15 novembre 2019, ore 18

Date
16 novembre 2019 – 13 aprile 2020

Orari
Mercoledì, giovedì e venerdì: 11-13 / 16-19; sabato, domenica e festivi: 11-19
Aperta 25 dicembre e 1 gennaio: 16-19

Ingresso
Intero € 6,00| Ridotto € 4,00
Ingresso libero: mercoledì | prima domenica del mese
Acquista online su Vivaticket

Informazioni
Tel. +39 059 2032919 | www.fmav.org

Ufficio stampa FONDAZIONE MODENA ARTI VISIVE
Irene Guzman | T. +39 349 1250956 | i.guzman@fmav.org

Ufficio stampa
CLP Relazioni Pubbliche | Stefania Rusconi | tel. 02.36755700 | stefania.rusconi@clp1968.it | www.clp1968.it

Franco Fontana. Sintesi

22/03/2019 - 25/08/2019

Modena rende omaggio a Franco Fontana (1933), uno dei suoi artisti più importanti e tra i più conosciuti a livello internazionale.


Dal 23 marzo al 25 agosto 2019, FONDAZIONE MODENA ARTI VISIVE, nelle tre sedi della Palazzina dei Giardini, del MATA - Ex Manifattura Tabacchi e della Sala Grande di Palazzo Santa Margherita, ospita la mostra, dal titolo Sintesi, che ripercorre oltre sessant’anni di carriera dell’artista modenese e traccia i suoi rapporti con alcuni dei più autorevoli autori della fotografia del Novecento.


L’esposizione è suddivisa in due sezioni.


La prima, curata da Diana Baldon, allestita nella Sala Grande di Palazzo Santa Margherita e nella Palazzina dei Giardini, rappresenta la vera sintesi - come recita il titolo - del percorso artistico di Franco Fontana, attraverso trenta opere, la maggior parte delle quali inedite, realizzate tra il 1961 e il 2017, selezionate dal vasto archivio fotografico dell’artista.
Questo nucleo si concentra su quei lavori che costituiscono la vera cifra espressiva di Fontana. Sono paesaggi urbani e naturali, che conducono il visitatore in un ideale viaggio che lega Modena a Cuba, alla Cina, agli Stati Uniti e al Kuwait.
Fin dagli esordi, Fontana si è dedicato alla ricerca sull’immagine fotografica creativa attraverso audaci composizioni geometriche caratterizzate da prospettive e superfici astratte significandone e testimoniandone la forma. Queste riprendono soggetti vari, che spaziano dalla cultura di massa allo svago, dal viaggio alla velocità, quale allegoria della libertà dell’individuo, in cui la figura umana è quasi sempre assente o vista da lontano.
Le sue fotografie sono state spesso associate alla pittura astratta modernista, per la quale il colore è un elemento centrale, mentre le linee geometriche delle forme dissimulano la rappresentazione della realtà. Questo suo innovativo approccio si è imposto, a partire dagli anni sessanta del secolo scorso, come una carica innovatrice nel campo della fotografia creativa a colori.

La seconda sezione, curata dallo stesso Franco Fontana, ospitata al MATA - Ex Manifattura Tabacchi, propone circa centoventi fotografie selezionate dal fondo di 1600 opere che Franco Fontana ha donato a partire dal 1991 al Comune di Modena e Galleria Civica, che costituisce un’importante costola del patrimonio collezionistico ora gestito da FONDAZIONE MODENA ARTI VISIVE. Tale collezione delinea i rapporti intrecciati dall’artista con i grandi protagonisti della fotografia internazionale. A metà degli anni settanta, Fontana inizia infatti a scambiare stampe con altri fotografi internazionali, raccogliendo negli anni centinaia di opere di molti tra i nomi più significativi della fotografia italiana e internazionale, da Mario Giacomelli a Luigi Ghirri e Gianni Berengo Gardin, da Arnold Newman a Josef Koudelka e Sebastião Salgado. Questa sezione testimonia la vastità e la genuinità delle relazioni di Fontana con colleghi di tutto il mondo, in molti casi divenute legami di amicizia profonda, e la stima di cui è circondato, attestata dalle affettuose dediche spesso presenti sulle fotografie.

La mostra sarà accompagnata da un catalogo edito da Franco Cosimo Panini, disponibile in mostra.

La mostra Franco Fontana. Sintesi è realizzata in collaborazione con il festival Fotografia Europea di Reggio Emilia, che nell’edizione 2019 sarà dedicato al tema “LEGAMI. Intimità, relazioni, nuovi mondi”.

Note biografiche.
Franco Fontana è nato a Modena nel 1933, dove vive e lavora. Tra le principali personali si ricordano Vita Nova, Palazzo Ducale, Genova (2014); La luz del paisaje, IVAM, Valencia (2011); Franco Fontana, Museo de Bellas Artes, Buenos Aires (2007); Ombre e colori, Palazzo Reale, Milano (2004); Franco Fontana, Galleria Civica d’Arte Moderna, Torino (2001); Sorpresi nella luce americana, Galleria Civica, Modena (2000); Varivalokuvia fargfotografier, Finnish Museum of Photography, Helsinki (1990). Le sue opere fanno parte di importanti collezioni museali internazionali tra le quali Maison Européenne de la Photographie, Parigi; International Museum of Photography, Rochester, NY; Museum of Modern Art, San Francisco; Ludwig Museum, Colonia; Pushkin Museum, Mosca; Stedelijk Museum, Amsterdam; Metropolitan Museum, Tokyo; Musée d'Art moderne, Parigi; Victoria & Albert Museum, Londra. Ha tenuto workshop e conferenze al Guggenheim Museum di New York, all’Institute of Technology di Tokyo, all’Académie Royale des Beaux-Arts di Bruxelles, all’Università di Toronto. Ha collaborato con il Centre Georges Pompidou, il Ministero della Cultura giapponese e il Ministero della Cultura francese.

FONDAZIONE MODENA ARTI VISIVE è un’istituzione dedicata alla presentazione e alla promozione dell’arte e delle culture visive contemporanee e comprende Galleria Civica di Modena, Fondazione Fotografia Modena e Museo della Figurina.

FRANCO FONTANA. SINTESI
Modena, FMAV - FONDAZIONE MODENA ARTI VISIVE
23 marzo - 25 agosto 2019

Sedi espositive
Palazzo Santa Margherita, Sala Grande, Corso Canalgrande 103, Modena
Palazzina dei Giardini, Corso Cavour 2, Modena
MATA - Ex Manifattura Tabacchi, via della Manifattura dei Tabacchi 83, Modena

Presentazione alla stampa: venerdì 22 marzo 2019, ore 11

Inaugurazione: venerdì 22 marzo 2019, ore 18

Orari di apertura
Dal 23 marzo al 16 giugno 2019:
Mercoledì-venerdì: 11-13 / 16-19
Sabato, domenica e festivi: 11-19
Dal 17 giugno al 25 agosto 2019:
Giovedì-domenica 17-22

Ingresso
Intero: €6,00 | Ridotto: €4,00
Mercoledì e prima domenica del mese: ingresso libero

Informazioni
Tel. +39 059 2032911/2032940/2032919

Ufficio stampa
CLP Relazioni Pubbliche | Stefania Rusconi | tel. 02.36755700 | stefania.rusconi@clponline.it | www.clp1968.it

Ufficio stampa FONDAZIONE MODENA ARTI VISIVE
Irene Guzman | T. +39 349 1250956 | i.guzman@fmav.org

Link diretto per scaricare materiali stampa: fmav.org/press-area

Nam June Paik in Italia

16/02/2013 - 02/06/2013

Nam June Paik (Seoul 1932-Miami 2006), considerato padre della videoarte, protagonista del movimento Fluxus, è fra gli artisti che maggiormente hanno incarnato i concetti di nomadismo, internazionalismo, rottura dei confni geografici e culturali nella seconda metà del Novecento.

Il percorso espositivo a Palazzo Santa Margherita e alla Palazzina dei Giardini, presenta una significativa selezione di opere  – oltre cento lavori – provenienti da importanti collezioni italiane e si propone di ricostruire il rapporto dell'artista con il nostro Paese di cui è stato ospite assiduo, dagli anni Settanta a tutti gli anni Novanta, da solo o con altri artisti della galassia Fluxus,  impegnato in performance, mostre, scambi e dialoghi con critici, collezionisti, istituzioni.

Il nucleo principale della mostra è costituito dai numerosi lavori appartenuti ad Antonina Zaru, che con l’artista coreano ha intrattenuto un rapporto duraturo e fecondo, tra cui spiccano capolavori come Sfera / Punto elettronico e Young Buddha, numerosi laser paintings e alcuni tra i più divertenti robot. Sono inoltre esposti documenti e testimonianze fotografiche e filmate scaturite da un’ampia ricognizione condotta sul territorio emiliano, dove Paik ha trovato molta attenzione da parte di galleristi appassionati come Rosanna Chiessi e Carlo Cattelani e di accorti collezionisti e una parte significativa di testimonianze della feconda e lunga collaborazione con la violoncellista Charlotte Moorman.
 
www.galleriacivicadimodena.it

BID FOR BUILD

ASTA BENEFICA DI OPERE D'ARTE A FAVORE DELLA RICOSTRUZIONE IN EMILIA-ROMAGNA

06/09/2012 - 06/09/2012

Nuovo appuntamento con Bid for Build, l'asta benefica a favore della ricostruzione in Emilia-Romagna promossa da Galleria civica di Modena, Fondazione Cassa di Risparmio di Modena-Fondazione Fotografia in collaborazione con la Soprintendenza per i Beni storici artistici ed etnoantropologici di Modena e Reggio Emilia.

In occasione dell'ottava edizione della Giornata del Contemporaneo promossa da AMACI, sabato 6 ottobre alle 18.30 nella sala grande di Palazzo Santa Margherita saranno messe all'asta opere d’arte per finanziare la ricostruzione nei territori colpiti dal terremoto. L'evento, che segue quello che si è tenuto all'ex Ospedale Sant'Agostino il 27 giugno scorso in occasione del quale sono stati raccolti 115 mila euro, si avvale come il precedente della preziosa collaborazione della Casa d'Aste Sotheby's.

Filippo Lotti, Amministratore Delegato di Sotheby's batterà all’asta opere donate da artisti e collezionisti, per la maggior parte opere su carta di maestri italiani del ventesimo secolo: paesaggi, nature morte, autoritratti, bozzetti di scena, e studi architettonici.

Fra i tanti, solo per citarne alcuni, andranno all'incanto lavori di Afro, Arcangelo, Roberto Barni, Lucio Del Pezzo, Fortunato Depero, Piero Dorazio, Marcello Jori, Giacomo Manzù, Gianmarco Montesano, Ennio Morlotti, Gastone Novelli, Enrico Prampolini, Gino Severini, Luigi Veronesi.

Il ricavato sarà interamente destinato alla ricostruzione di quelle strutture – scuole, biblioteche, circoli o centri di aggregazione – che operano nell’ambito della cultura e della didattica.

 

Il catalogo dell’asta sarà pubblicato sui siti web della Galleria civica di Modena (www.galleriacivicadimodena.it) e di Fondazione Fotografia (www.fondazionefotografia.it).

Sarà possibile fare un’offerta anticipata compilando i moduli presto disponibili on line.

Il 4, 5 e 6 ottobre nella sala grande di Palazzo San ta Margherita, in corso Canalgrande 103 a Modena, si potranno visionare le opere. Giovedì 4 ottobre dalle 15.00 alle 19.00, venerdì 5 ottobre dalle 10,30 alle 13.00 e dalle 15.00 alle 19.00 e sabato 6 ottobre dalle 16.00 alle 18.00.

È una nuova occasione – commentano il Direttore della Galleria civica di Modena Marco Pierini e il curatore capo di Fondazione Fotografia Filippo Maggia – per testimoniare la vicinanza del mondo dell’arte alla comunità emiliana, che ha saputo reagire ad un evento drammatico in modo esemplare e che merita di essere sostenuta nel momento delicato della ricostituzione degli equilibri del tessuto sociale ed economico del territorio".

 

 

 

Ufficio Stampa Clp, Milano, tel. +39 02 36755700, press@clponline.it

immagini e comunicati scaricabili www.clponline.it

 

Ufficio Stampa Galleria Civica di Modena

tel. +39 059 2032883, galcivmo@comune.modena.it

 

Galleria Civica di Modena, c.so Canalgrande 103, Modena

tel. +39 059 2032911/2032940 - fax +39 059 2032932

www.galleriacivicadimodena.it Museo Associato Amaci

 

 

 

 

 

NAKIS PANAYOTIDIS

28/06/2012 - 16/09/2012

La mostra di Nakis Panayotidis (Atene, 1947) propone una selezione dei lavori più significativi dell’artista greco e racconta alcune tappe cruciali della sua ricerca, presentando un repertorio pressoché completo delle tecniche predilette dall’artista: dal collage al disegno a carboncino, dalle scritte al neon alle tele retroilluminate, dalle installazioni alle sculture. La poetica dell'artista emerge con rigorosa coerenza , esaltando il dialogo costante tra oscurità e luce, visibile e invisibile, oblio e memoria.

 

La mostra, curata dal direttore del museo Marco Pierini e da Matthias Frehner, direttore del Kunstmuseum di Berna è organizzata e coprodotta dalla Galleria e dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Modena.
Allestita nell'antica serra ducale fino al prossimo 16 settembre, la mostra si compone in prevalenza di opere nuove, realizzate per l’occasione. Il percorso espositivo presenta un repertorio pressoché completo delle tecniche predilette da Panayotidis, dalle scritte al neon ai disegni retroilluminati, dalle installazioni alle fotografie. Influenzato dalla particolare morfologia dello spazio, l'artista in questo caso ha sfruttato dimensioni, proporzioni, pregi e difficoltà dell’edificio barocco per conferire ritmo alla sequenza delle opere e perfetta aderenza delle stesse ai singoli ambienti.
Oltre a una nutrita serie di grandi disegni a carboncino su tela, alcuni retroilluminati, che ritraggono paesaggi naturali o di archeologia industriale, sono di particolare impatto due grandi opere a parete realizzate in neon che, assieme a due scritte di più contenute dimensioni, danno vita al ciclo – appositamente realizzato per l’occasione – intitolato Catarsi. In ciascuna stanza è presente un’installazione dalla forte vocazione scultorea nella quale gioca un ruolo fondamentale il vapore artificialmente prodotto, piccola nube che vela l’oggetto, “preservandolo”, e confonde lo sguardo.
Nonostante la varietà delle tecniche impiegate la poetica dell’artista emerge dalla sequenza delle opere in mostra con rigorosa coerenza, esaltando il dialogo costante, tanto formale quanto simbolico, tra oscurità e luce, visibile e invisibile, oblio e memoria. E se la memoria, per Panayotidis, è sempre il terreno sul quale l’artista costruisce le fondamenta della propria opera, la luce ne rappresenta l’aspirazione alla compiutezza (come prospettiva, però, mai come approdo definitivo) e il segno pulsante del nostro stare al mondo qui e ora, del nostro essere contemporanei.
Il catalogo bilingue italiano/inglese, edito da Silvana Editoriale, comprende – oltre ai testi dei due curatori – una biografia e una bibliografia completa dell’artista, un album fotografico della mostra allestita e riproduzioni di opere di repertorio.
La mostra, aperta durante tutto il periodo estivo, osserva i seguenti orari: dal giovedì alla domenica dalle 19.00 alle 23.00.
Nei giorni del festivalfilosofia 2012, venerdì 14 settembre 9.00-23.00, sabato 15 settembre 9.00-1.00; domenica 16 settembre 9.00-20.00.
L'ingresso è gratuito.

www.galleriacivicadimodena.it 

Vittorio Corsini

Tra voci, rovi, carte e notturni

17/03/2012 - 10/06/2012

VITTORIO CORSINI

TRA VOCI, CARTE, ROVI E NOTTURNI

di Francesca Mora

Il tema del paesaggio accomuna le opere di Vittorio Corsini nella personale Tra voci, carte, rovi e notturni, una mostra allestita alla Palazzina dei Giardini Ducali che presenta lavori appositamente realizzati dall'artista con la sola eccezione di Risaia (1990), installazione rimasta inedita fino a questo momento.

L'interesse di Corsini si dirige verso la conquista dell'ambiente, inteso come spazio abitabile in cui nascono e si sviluppano nuove relazioni, dove il fruitore, chiamato a partecipare attivamente, crea situazioni diverse costituendo il senso stesso dell'intera operazione estetica. Seguendo questa logica l'esposizione alla Palazzina funziona come un dispositivo, in cui pubblico e opere interagiscono, “vanno insieme”, coinvolti in un rapporto sinestetico.

Paesaggio è il primo di questi interventi che, ben lontani dalla rappresentazione naturalistica del territorio, ne costituiscono piuttosto la sua astrazione: attraverso sessantaquattro metri quadrati di carta da parati si dispiega sulla superficie muraria una veduta delle colline modenesi, stilizzata e in bianco e nero, ricavata con l'ausilio di un operatore matematico che corregge e fluidifica il tratto dell'artista. Come lui stesso dichiara ciò che osserviamo “non è più una mappa per conoscere il territorio ma una mappa per conoscere le persone”. Per questo motivo ad ogni casa che emerge da Paesaggio vengono accostati i nomi dei rispettivi abitanti. L'aspetto narrativo viene rafforzato dalla voce di Paolo Nori che racconta una storia ideata per l'occasione.

I mezzi artistici di Corsini sono assai eterogenei. Dopo la scultura Geografia 2 si incontrano le installazioni Eros 10.5 e Eros 10.7, in cui le cifre, secondo una prassi informatica, ne individuano le varie versioni. Nonostante i titoli promettenti, dell'esperienza erotica allo spettatore rimane ben poco. Infatti in quei due luoghi impenetrabili, un canneto e un cespuglio di metallo, non è possibile entrare. Il piacere ci appare da lontano, suggerito da una sillaba scritta al neon, reiterata nello spazio.

I materiali si diversificano ancora in Risaia e Geografia. La prima si confronta con un'idea storicizzata della natura, in cui la dimensione precaria e sfuggente del paesaggio è indicata dalla fragilità del vetro e dal bagliore della luce che ne confonde la percezione; mentre per Geografia la stessa componente voluttuosa di Eros viene questa volta affidata alle mani del fruitore, o meglio ai suoi piedi. Stiamo parlando infatti di un tappeto di segatura bianca e nera, che si dispone sul pavimento di una sala, riportando con assoluta precisione le curve di livello presenti nella mappatura dell'Appennino modenese. Camminando sopra quei segni, frutto di una razionalizzazione del territorio, il pubblico li manomette, ne inverte il senso, devastando la forma a favore del piacere sensuoso dell'informe. Ne rimane un ambiente mutato, dunque un'opera cosciente.

Il paesaggio perde man mano consistenza, fino ad arrivare all'ultima sala, in cui quattro dipinti monocromi illuminati da luce blu, analogamente all'azione della notte, annullano i segni del panorama diurno, creando relazioni nuove tra buio e punti luce.

 

Vittorio Corsini, Geografia, 2012
segatura di legno e pigmenti
dimensioni ambiente
foto: Paolo Emilio Sfriso

La collezione della Galleria civica di Modena

Fotografie e disegni dalle Raccolte

17/03/2012 - 10/06/2012

 

 

CARTE D’IDENTITÀ
Opere dalla Raccolta della fotografia

di Silvia Ferrari

Max Ernst seduto nel suo studio di New York, con il volto confuso dal fumo di sigaretta; Pablo Picasso sdraiato in riva al mare, in posa declamatoria; Jannis Kounellis a cavallo all’interno della Galleria L’Attico di Roma; Joseph Beuys emerge, vestito e col cappello di feltro, dalle acque di una palude; John Lennon immortalato nudo, abbracciato a Yoko Ono, poche ore prima della sua morte.

Questi e molti altri volti dell’arte contemporanea, dalle avanguardie agli autori della più stretta attualità, compongono un vero e proprio racconto fotografico lungo un secolo, sviluppato attraverso i cambiamenti di atteggiamento, modalità e sensibilità nei confronti di un genere di lunga tradizione iconografica: il ritratto d’artista. Sotto questa luce si apre il nuovo allestimento della Raccolta di fotografia della Galleria civica di Modena a Palazzo Santa Margherita, oltre settanta scatti realizzati dai più grandi maestri italiani e stranieri, confluiti nella collezione permanente del museo modenese nel corso degli ultimi vent’anni di attività, aggiornata alle acquisizioni più recenti.

In gioco non è soltanto il confronto con i codici di rappresentazione del genere che, ancor prima del linguaggio fotografico si innesta su quello della pittura, ma anche una riflessione sul rinnovamento della funzione stessa della fotografia nel corso del tempo e, con essa, del rapporto tra opera e fotografo.

Quali attese da parte di autore, soggetto e spettatore possano essere connesse al tema specifico lo si può capire nell’intreccio di relazioni che di volta in volta viene messo in scena nelle opere esposte.

Emblematico è il caso dei ritratti di Pablo Picasso che offrono la possibilità di confrontare la varietà dei punti di vista sul medesimo soggetto: Lucien Clergue ad esempio ritrae il maestro del cubismo in un momento di rilassata quotidianità, al mare, avvolto da un telo, colto in un gesto eloquente rivolto all’esterno del nostro campo visivo: è il culto della personalità ad emergere dalla posa enfatica pur nella banalità del contesto. Diversamente, Roger Pic si concentra sul volto in primissimo piano, lo sguardo vitale e inquieto fa trapelare l’aspetto più interiore, quel tumulto creativo che ha generato il mito di Picasso. Ancora uno scatto a lui dedicato è ad opera di Robert Doisneau, un’insolita ripresa a campo lungo dove l’ambiente e gli oggetti che ne fanno parte – le terrecotte e la palma che regge in mano – partecipano allo stesso modo alla definizione dell’identità dell’artista.

Quello dello spazio è un tema cruciale nella ritrattistica di ogni tempo ma trova l’espressione più piena nelle opere di Arnold Newman, considerato il padre del “ritratto ambientato”: egli coscientemente include l’ambiente nella dimensione soggettiva del personaggio, parte indispensabile nella definizione dell’identità. La fotografia di Max Ernst a New York è un’immagine che scaturisce dall’ambiente prima ancora che dal volto e mostra l’artista immerso negli oggetti e nelle opere d’arte che possedeva nello studio; il volto trasfigurato dal fumo di sigaretta conferisce un aspetto surreale che finisce per divenire metafora di una poetica e sottolineare il rapporto inscindibile tra vita e arte del personaggio.

Questa modalità interpretativa e fortemente soggettiva è contraria all’atteggiamento di un altro grande maestro esposto in questa occasione, August Sander; in quello che può ormai considerarsi tra gli scatti più celebri della storia della fotografia, il ritratto del pittore Anton Räderscheidt degli anni Venti del secolo scorso, il fotografo mette in atto criteri di oggettività, serialità e classificazione per il suo ambizioso programma di realizzare un grande ritratto del popolo tedesco, un atlante esaustivo organizzato per tipi e professioni, non per individui.

Una forte partecipazione del fotografo al soggetto, talvolta anche emotiva, oltre che interpretativa, è alla base di una mutata sensibilità nei riguardi del mezzo fotografico negli anni sessanta e settanta, quando le forme di espressione artistica – performance, installazioni, azioni – cominciano ad avvalersi del lavoro dei fotografi per lasciare un documento, una testimonianza sensibile di pratiche per loro natura effimere. Autori come Claudio Abate, Giorgio Colombo, Mimmo Jodice, Uliano Lucas, Paolo Mussat Sartor segnano uno snodo importante nella storia della fotografia per il ruolo centrale che questo mezzo viene ad assumere quale memoria, quando non diviene essa stessa opera d’arte, a riprova di un rapporto sovente inscindibile tra opera e fotografo. Ne sono esempi Autoritratto in forma di Raffaello dove l’artista, Salvo, costruisce l’immagine che viene poi scattata da Paolo Mussat Sartor, lo stesso che riprende il volto di Gilberto Zorio segnato dalla parola “odio”.

Il fotografo non è soltanto chiamato a cogliere un’immagine ma a tradurla, in qualche caso perfino per essere scelta e riconosciuta come opera dall’artista stesso, come per Cavalli, l’installazione di Jannis Kounellis alla Galleria L’Attico di Roma immortalata da Claudio Abate, oppure la celebre Scultura viva dove Piero Manzoni firma la modella, ripresa da Uliano Lucas. L’esperibilità dell’opera, una volta concluso il tempo del suo svolgersi, è delegata quindi alla visione del fotografo e si espande in un tempo che va oltre quello della creazione per cogliere anche gli aspetti più quotidiani e privati: tra artisti e fotografi si instaura non solo un rapporto di collaborazione ma più spesso un vero e proprio sodalizio artistico e umano che si esprime nella condivisione di luoghi, amicizie, situazioni, stimoli culturali e ricerche creative e la fotografia ne registra le vicende in funzione diaristica come testimoniano ad esempio gli scatti di Giorgio Colombo su Alighiero Boetti, fino agli esiti di quasi totale identità tra arte e vita dei ritratti realizzati da Gianfranco Gorgoni di Robert Rauschenberg, Andy Warhol, Julian Beck, Joseph Beuys. Questa dimensione di condivisione e intimità pervade anche la famosa immagine della coppia Yoko Ono John Lennon scattata da Annie Leibovitz, divenuta celebre e in ogni senso immortale perché scattata a poche ore dalla morte improvvisa del musicista di Liverpool.

Sembra attestarsi su un interesse nei confronti degli aspetti più quotidiani e ordinari della figura dell'artista e del suo lavoro anche una cospicua sezione di nuove acquisizioni. Si incontrano ad esempio gli scatti realizzati da Mario Cresci nel 1968 ad Alighiero Boetti al lavoro, una sequenza che induce a interrogarsi sul rapporto tra il fare artistico e l'aura dell'opera finita. Carlo Fei invece (oltre a un metaforico ritratto di Richard Long risucchiato insieme all'opera dallo spazio invaso di luce) presenta diversi ritratti, apparentemente privi di costruzione, (solo per citarne alcuni, Gerhard Richter, Shirin Neshat, Jaume Plensa) che svelano le personalità colte nei contesti più eterogenei e casuali; ciò vale anche per la fotografia di Franco Fontana a Luigi Ghirri a Venezia con il soggetto al centro di un panorama distorto che contrasta con l'idea di rigore compositivo propria dello scomparso maestro emiliano. Silvia Lelli e Roberto Masotti assecondano una specifica attitudine per la scena maturata nel corso di anni di esperienza a contatto col mondo della musica e dello spettacolo; Lelli ritrae, tra gli altri, Laurie Anderson, Vito Acconci, Bob Wilson, Ettore Sottsass mettendone in luce elementi di teatralità; Masotti sceglie gli atteggiamenti più originali tesi a far emergere le singolarità di artisti come Robert Rauschenberg e Wolff Vostell.

 

QUESTO E' SOLO L'INIZIO. Opere dalla Raccolta del disegno

di Serena Goldoni

Dopo le opere degli artisti attivi nel territorio modenese, il nuovo allestimento delle sale superiori di Palazzo Santa Margherita presenta una ricca selezione di disegni dei maestri italiani della prima metà del Novecento, seconda tappa di  un progetto nato nel 2011 che intende valorizzare il patrimonio della Galleria civica mostrando al pubblico, a rotazione, i capolavori presenti in collezione.

Le opere in mostra segnano l'avvio di un percorso espositivo che anno dopo anno, allestimento dopo allestimento, attraverso un excursus cronologico che parte dagli anni Venti del Novecento e arriva ai giorni nostri, vuole mettere in luce non solo la qualità delle singole opere ma anche lo spirito collezionistico che ha animato la Raccolta del disegno fin dalle sue origini, attraverso un criterio ordinato capace di fare luce sulle vicende e sui protagonisti di una così multiforme collezione.

La carte presentate in questa occasione sono per la maggior parte testimoni della nascita di un patrimonio che ha vissuto nel corso degli ultimi trent'anni una crescita programmata e consistente  capace di documentare, nonostante alcune inevitabili lacune, la storia del disegno italiano del XX e XXI secolo. La raccolta, quasi unica nel suo genere, si è così creata una specifica identità tra le collezioni pubbliche nazionali diventando ufficialmente detentrice del più importante esempio italiano di collezione pubblica di opere su carta.

La sua nascita si deve a donazioni e acquisizioni derivate da mostre organizzate dalla Galleria civica, parti di un programma coerente di analisi sul tema del disegno come Disegno italiano tra le due guerre (1983), Disegno italiano del dopoguerra (1987) e  Roma 1934 (1986).

Con quest'ultima rassegna la galleria ha iniziato ad acquisire un gruppo fondamentale di disegni degli artisti che hanno partecipato nel corso degli anni Trenta e Quaranta alla nascita e al successo della "Scuola Romana".

Il nudo del 1943 di Giuseppe Capogrossi, i Generali di Mario Mafai datati 1940, le delicate figure della sua compagna di arte e di vita Antonietta Raphäel, definita da Roberto Longhi "sorellina di latte dello Chagall", le carte di Fausto Pirandello, testimoniano quell'arte che lo stesso Longhi definì "eccentrica ed anarcoide". Con loro le opere di altri artisti presenti in mostra tra cui Leonetta Cecchi Pieraccini, Francesco Di Cocco, Ferruccio Ferrazzi, Mario Fioroni, Emilio Sobrero e Andrea Spadini, andando contro il formalismo delle avanguardie, sono testimonianza di una ricerca di valenze espressive dai toni quasi romantici capace di cogliere gli aspetti più immediati ed emotivamente carichi della realtà. La pratica disegnativa tra gli artisti della "Scuola Romana" diviene così il luogo ideale e necessario dell'invenzione formale.

Tra la fine degli anni Ottanta e i primi anni Novanta la Galleria civica compie nuove e importanti acquisizioni grazie anche a una politica espositiva che vede arricchire in maniera consistente il suo patrimonio attraverso donazioni collegate a quasi tutte le mostre.

Nello specifico fanno il loro ingresso opere su carta di Renato Birolli, una delle più interessanti personalità del primo Novecento, un nudo di Filippo de Pisis, opere  dei modenesi Mauro Reggiani, Nereo Annovi - in mostra con un intenso autoritratto giovanile - e Enrico Prampolini, di cui si presenta un raro Autoritratto del 1943 donato nel 1989 da Emma Reyes, compagna dell'artista; alcuni fogli degli anni Trenta di Mario Pozzati, donati dal figlio Concetto, una carta di Arturo Martini, figura dominante nella scultura tra le due guerre, con uno studio del 1936 per un monumento all'eroe della guerra d'Etiopia Tito Minniti, un’opera di Mario Sironi frutto di acquisizioni compiute nel 1992, anno in cui un cospicuo nucleo di disegni e monotipi di Pompeo Vecchiati, figura di riferimento per l’arte modenese degli anni Trenta e Quaranta, viene donato dalla famiglia dell'artista.

Chiudono la selezione lasciando uno spiraglio per futuri e importanti ingressi le opere acquisite nella seconda metà degli anni Novanta,  piccoli capolavori rappresentati dai fogli di Renato Guttuso, una figura femminile ritratta da un giovane Toti Scialoja e Don Chisciotte alle prese con alcuni briganti che porta la firma di Carlo Carrà.

 

Annie Leibovitz
Yoko Ono e John Lennon, 1980
© Annie Leibovitz
Galleria civica di Modena, Raccolta della fotografia

 

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